martedì 1 dicembre 2009

Fini su Spatuzza: "E' una bomba atomica". (Intercettazione molto interessante)

Qual è il parere (senza filtri) del Presidente della Camera Gianfranco Fini sul pentito Gaspare Spatuzza che ha mosso accuse gravissime nei confronti del Premier Silvio Berlusconi? E cosa pensa realmente Fini del suo collega di partito?

A queste due domande risponde una registrazione casuale passata attraverso alcuni microfoni lasciati accesi al termine di un convegno tenutosi a Pescara il mese scorso. Al Convegno, oltre a Fini, era presente anche il magistrato Nicola Trifuoggi. Tra i due uno scambio di battute schietto ed inconfondibile sul caso Spatuzza... e non solo. Il contenuto della conversazione è finito quasi immediatamente su Repubblica; facendo il giro del web in pochissimo tempo e causando imbarazzi malcelati all'interno dello staff dell'ex leader di An.
La scena è in pratica la seguente: Gianfranco Fini e Nicola Trifuoggi si trovano a scambiare diverse battute sulle dichiarazioni dell'oramai noto collaboratore di giustizia e, nella conversazione (che i due, come precisato, non sapevano essere registrata) scivola anche qualche considerazione non proprio gentile nei confronti del Primo Ministro. "Le indagi su Spatuzza devono essere condotte con estrema chiarezza", commenta Fini. Motivo? "Perchè potrebbero far esplodere una bomba atomica". Questo perchè "spatuzza parla apertamente di Mancino, che è stato ministro dell'Interno, e di.. (in questo punto l'audio è disturbato e non si sente il nome pronunciato da Fini, ndr)... uno è vicepresidente del Csm, e l'altro è il presidente del Consiglio". A queste considerazioni Trifuoggi risponde con un "pare che basti" e riceve subito conferma dal "si, pare che basti" del suo interlocutore.
Il Procuratore della Repubblica pescarese poi precisa che "però le indagini vanno comunque fatte" e si trova spalleggiato dal Presidente della Camera che infatti commenta con un "ci macherebbe altro". Come anticipato in incipit d'articolo, tra i due poi scappa qualche considerazione sul Premier. Il primo a parlare è Trifuoggi:"E' nato con qualche millennio di ritardo, voleva fare l'imperatore romano". Fini allora precisa di aver fatto notare diverse volte al leader di Governo la sua poco tollerabile tendenza al regime totalitario "Ma lui, l'uomo, confonde il consenso popolare, che ovviamente ha e che lo legittima a governare, con una sorta di immunità nei confronti di qualsiasi altra autorita' di garanzia e di controllo... Magistratura, Corte dei Conti, Cassazione, Capo dello Stato, Parlamento... Siccome e' eletto dal popolo". La battuta finale il Presidente della Camera però la riserva al relatore del convegno Aldo Pecora che, ad un certo punto, dichiara "noi siamo di passaggio, qua nessuno è eterno, non si vive in eterno"...a quel puto Fini non riesce a resistere e si lascia andare ad una considerazione colorita "Se ti sente il presidente del Consiglio si incazza".

di: Germano Milite (Julie News)



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mercoledì 25 novembre 2009

Le minacce delle B.R.? Se l'era inviate il giornalista stesso, ed è un dipendente de "Il Giornale".


È stato lo stesso destinatario delle minacce, un giornalista collaboratore della sede genovese del Giornale, a scrivere il falso volantino delle Brigate Rosse recapitato in redazione. Lo hanno accertato gli agenti della Digos di Genova che hanno denunciato l’uomo per simulazione di reato e procurato allarme.

La lettera minatoria, scritta a mano e con una stella a cinque punte, era stata rinvenuta la settimana scorsa sotto la porta d’ingresso della redazione genovese del quotidiano. Conteneva minacce nei confronti della redazione, del capo della sede Massimiliano Lussana e del giornalista collaboratore Francesco Guzzardi, «colpevoli» di aver compiuto inchieste giornalistiche sulla Valbisagno.

Immediatamente è stata presentata una denuncia in questura e sono state avviate le indagini che questa mattina hanno portato alla clamorosa soluzione. Francesco Guzzardi avrebbe confessato agli agenti di aver agito per far uscire allo scoperto una vicenda di minacce gravi da parte di malavitosi e di nomadi della periferia genovese della quale lo stesso giornalista e la sua famiglia sarebbero stati oggetto nelle scorse settimane. Il capo della redazione genovese del Giornale, Lussana, nel dichiarare il proprio stupore per quanto emerso dall’indagine, ha voluto ringraziare «lettori ed istituzioni per la solidarietà e la vicinanza espresse in questi giorni al Giornale».
Il Secolo XIX (25 Novembre 2009)


D'altronde oramai è assodato, la strategia del terrore sembra funzionare in qualunque occasione, torna sempre utile quando si è arrivati alla fine.


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Leggi ad personam? Sì.


Qui di seguito tutte le leggi approvate dal 2001 ad oggi dai governi di centrodestra che hanno prodotto benefici effetti per Berlusconi e le sue società.


  1. Legge n. 367/2001. Rogatorie internazionali. Limita l'utilizzabilità delle prove acquisite attraverso una rogatoria. La nuova disciplina ha lo scopo di coprire i movimenti illeciti sui conti svizzeri effettuati da Cesare Previti e Renato Squillante, al centro del processo "Sme-Ariosto 1" (corruzione in atti giudiziari).


  2. Legge n. 383/2001 (cosiddetta "Tremonti bis"). Abolizione dell'imposta su successioni e donazioni per grandi patrimoni. (Il governo dell'Ulivo l'aveva abolita per patrimoni fino a 350 milioni di lire).


  3. Legge n.61/2001 (Riforma del diritto societario). Depenalizzazione del falso in bilancio. La nuova disciplina del falso in bilancio consente a Berlusconi di essere assolto perché "il fatto non è più previsto dalla legge come reato" nei processi "All Iberian 2" e "Sme-Ariosto2".


  4. Legge 248/2002 (cosiddetta "legge Cirami sul legittimo sospetto"). Introduce il "legittimo sospetto" sull'imparzialità del giudice, quale causa di ricusazione e trasferimento del processo ("In ogni stato e grado del processo di merito, quando gravi situazioni locali, tali da turbare lo svolgimento del processo e non altrimenti eliminabili, pregiudicano la libera determinazione delle persone che partecipano al processo ovvero la sicurezza o l'incolumità pubblica, o determinano motivi di legittimo sospetto, la Corte di cassazione, su richiesta motivata del procuratore generale presso la Corte di appello o del pubblico ministero presso il giudice che procede o dell'imputato, rimette il processo ad altro giudice"). La norma è sistematicamente invocata dagli avvocati di Berlusconi e Previti nei processi che li vedono imputati.


  5. Decreto legge n. 282/2002 (cosiddetto "decreto salva-calcio"). Introduce una norma che consente alle società sportive (tra cui il Milan) di diluire le svalutazioni dei giocatori sui bilanci in un arco di dieci anni, con importanti benefici economici in termini fiscali.


  6. Legge n. 289/2002 (Legge finanziaria 2003). Condono fiscale. A beneficiare del condono "tombale" anche le imprese del gruppo Mediaset.


  7. Legge n.140/2003 (cosiddetto "Lodo Schifani"). E' il primo tentativo per rendere immune Silvio Berlusconi. Introduce ildivieto di sottomissione a processi delle cinque più altre cariche dello Stato (presidenti della Repubblica, della Corte Costituzionale, del Senato, della Camera, del Consiglio). La legge è dichiarata incostituzionale dalla sentenza della Consulta n. 13 del 2004.


  8. Decreto-legge n.352/2003 (cosiddetto "Decreto-salva Rete 4"). Introduce una norma ad hoc per consentire a rete 4 di continuare a trasmettere in analogico.


  9. Legge n.350/2003 (Finanziaria 2004). Legge 311/2004 (Finanziaria 2005). Nelle norme sul digitale terrestre, è introdotto un incentivo statale all'acquisto di decoder. A beneficiare in forma prevalente dell'incentivo è la società Solari. com, il principale distributore in Italia dei decoder digitali Amstrad del tipo "Mhp". La società controllata al 51 per cento da Paolo e Alessia Berlusconi.


  10. Legge 112/2004 (cosiddetta "Legge Gasparri"). Riordino del sistema radiotelevisivo e delle comunicazioni. Introduce il Sistema integrato delle comunicazioni. Scriverà il capo dello Stato, Carlo Azeglio Ciampi: "Il sistema integrato delle comunicazioni (Sic) - assunto dalla legge in esame come base di riferimento per il calcolo dei ricavi dei singoli operatori di comunicazione - potrebbe consentire, a causa della sua dimensione, a chi ne detenga il 20% di disporre di strumenti di comunicazione in misura tale da dar luogo alla formazione di posizioni dominanti".


  11. Legge n.308/2004. Estensione del condono edilizio alle aree protette. Nella scia del condono edilizio introdotto dal decreto legge n. 269/2003, la nuova disciplina ammette le zone protette tra le aree condonabili. E quindi anche alle aree di Villa Certosa di proprietà della famiglia Berlusconi.


  12. Legge n. 251/2005 (cosiddetta "ex Cirielli"). Introduce una riduzione dei termini di prescrizione. La norma consente l'estinzione per prescrizione dei reati di corruzione in atti giudiziari e falso in bilancio nei processi "Lodo Mondadori", "Lentini", "Diritti tv Mediaset".


  13. Decreto legislativo n. 252 del 2005 (Testo unico della previdenza complementare). Nella scia della riforma della previdenza complementare, si inseriscono norme che favoriscono fiscalmente la previdenza integrativa individuale, a beneficio anche della società assicurative di proprietà della famiglia Berlusconi.


  14. Legge 46/2006 (cosiddetta "legge Pecorella"). Introduce l'inappellabilità da parte del pubblico ministero per le sole sentenze di proscioglimento. La Corte Costituzionale la dichiara parzialmente incostituzionale con la sentenza n. 26 del 2007.


  15. Legge n.124/2008 (cosiddetto "lodo Alfano"). Ripropone i contenuti del 2lodo Schifani". Sospende il processo penale per le alte cariche dello Stato. La nuova disciplina è emenata poco prima delle ultime udienze del processo per corruzione dell'avvocato inglese Davis Mills (testimone corrotto), in cui Berlusconi (corruttore) è coimputato. Mills sarà condannato in primo grado e in appello a quattro anni e sei mesi di carcere. La Consulta, sentenza n. 262 del 2009, dichiara l'illegittimità costituzionale dell'art. 1 della legge per violazione degli articoli 3 e 138 della Costituzione.


  16. Decreto legge n. 185/2008. Aumentata dal 10 al 20 per cento l'IVA sulla pay tv "Sky Italia", il principale competitore privato del gruppo Mediaset.


  17. Aumento dal 10 al 20 per cento della quota di azione proprie che ogni società può acquistare e detenere in portafoglio. La disposizione è stata immediatamente utilizzata dalla Fininvest per aumentare il controllo su Mediaset.


  18. Disegno di legge sul "processo breve". Per l'imputato incensurato, il processo non può durare più di sei anni (due anni per grado e due anni per il giudizio di legittimità). Una norma transitoria applica le nuove norme anche i processi di primo grado in corso. Berlusconi ne beneficerebbe nei processi per corruzione in atti giudiziari dell'avvocato David Mills e per reati societari nella compravendita di diritti tv Mediaset.

Shhh... non ditelo in giro!


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martedì 24 novembre 2009

Abruzzo, appalti e corruzione dal PDL. L'Aquila trema ancora.

Avrebbero cercato di pilotare 15 milioni di euro: In manette l'a.d. della Fira Servizi, Claudio D'Alesio e l''ex assessore regionale al Lavoro di Forza Italia, Italo Mileti.


Niente mafia, niente colonizzazioni estere, sarebbe tutta abruzzese la storia di presunti faccendieri che ieri ha portato in carcere due nomi conosciuti della politica abruzzese: Italo Mileti , 59 anni, pescarese ex assessore comunale (a Pescara) e regionale, e Claudio D’Alesio , 50 anni, amministratore delegato di Fira servizi.



L’operazione «Ground Zero» , condotta dai Carabinieri del nucleo investigativo del reparto operativo di Pescara, è partita, come da canoni classici, alle prime luci dell’alba: arresti e perquisizioni e una laconica comunicazione che ha scatenato un vero e proprio tam tam. Sì, perché in questa storia, dal poco che si conosce, ci sono molti vuoti da riempire. E un tassello mancante, forse il più importante. Ma andiamo con ordine: un costruttore aquilano, Alido Venturi, ha avviato la realizzazione di un capannone su un terreno di proprietà, struttura che vuole mettere a profitto. Contatta un amico, Claudio D’Alesio, che lavora nel campo dell’intermediazione e che, intanto, porta un buon cliente, la Coop. Si firma il preliminare, ma ci sono anche polemiche. Il terremoto taglia la testa al toro e ferma tutto. A giugno si firma la convenzione con il Comune dell’Aquila, in attesa degli adeguamenti sismici.

Nel frattempo, D’Alesio avvia una serie di contatti: uno è con la Asl che ha interesse a far rientrare gli uffici trasferiti ad Avezzano dopo il sisma. L’ipotesi prende forma, tanto che il manager dell’epoca, Roberto Marzetti, scrive una lettera all’assessore alla Sanità della Regione, Lanfranco Venturoni, per chiedere che vengano fatti i passi conseguenti, ma non se ne sa più nulla, almeno ufficialmente. In questo il ruolo di Italo Mileti sarebbe quello del consulente ben introdotto, dell’uomo che ha «lavorato» con e nella politica e sa quindi quali pedine muovere. Fin qui i fatti dietro cui, secondo il giudice per le indagini preliminari Luca De Ninis, che ha accolto le richieste del pm Gennaro Varone, si nasconde l’intento di pilotare un appalto da quindici milioni di euro, parte di quei cinquanta che la Asl dell’Aquila ha ricevuto come finanziamenti per la ricostruzione. Una bella fetta di torta.

La giornata di ieri è stata tesissima e le magre informazioni (i capi d’accusa sono di un’essenzialità estrema) hanno provocato il fiorire di una serie di «link» allo stato puramente sibillini. «Si tratta di un travisamento che la Procura ha operato su fatti veri, platealmente veri, ma in cui non è configurabile alcun tipo di reato — afferma il difensore di Mileti e D’Alesio, l’avvocato Giuseppe Cichella — persuaderemo chi di dovere che forse bisogna dare una lettura diversa a certi fatti». In una parola lobbying. Indagato per corruzione l’imprenditore Alido Venturi: «Non si comprende in che cosa sarebbe aggiustata la gara in relazione a un immobile non ancora costruito — afferma l’avvocato Massimo Carosi — l’oggetto di una corruttela monca». Già, il tassello mancante è proprio quello: il pubblico ufficiale «terminale» di tutta la vicenda. Insomma, se c’è, il corrotto chi è?

Di Patrizia Pennella da Il Tempo


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mercoledì 18 novembre 2009

L'otto per mille destinato allo Stato finisce (comunque) a parrocchie e monasteri.

A chiese e luoghi di culto 29 milioni dei 44 che i contribuenti avevano deciso di devolvere all'erario. I dubbi del Parlamento



ROMA - Pontificia Università Gregoriana in Roma, 459 mila euro. Fondo librario della Compagnia di Gesù, 500 mila euro. Diocesi di Cassano allo Ionio, 1 milione 146 mila euro. Confraternita di Santa Maria della Purità, Gallipoli, 369 mila euro. L'elenco è lungo 17 pagine e porta in calce la firma del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.




Non si tratta di uno dei tanti decreti, ma quello che ripartisce per il 2009 i 43 milioni 969 mila 406 euro che gli italiani hanno destinato allo Stato in quota 8 per mille dell'Irpef. Basta sfogliarlo per scoprire che confraternite, monasteri, congregazioni e parrocchie assorbono la quota prevalente di quanto i contribuenti avevano devoluto a finalità umanitarie o per scopi di assistenza e sussidi al volontariato.

E invece? Succede che i 10 milioni 586 mila euro assegnati al capitolo "Beni culturali" sono finalizzati in realtà a restauri e interventi in favore di 26 immobili ecclesiastici. Opere che avrebbero tutte le carte in regola per usufruire della quota dell'8 per mille destinata alla Chiesa cattolica, col suo apposito fondo "edilizia di culto". Come se non bastasse, la medesima destinazione (chiese e parrocchie) hanno anche gli altri 19 milioni destinati alle aree terremotate del centro Italia (14 per l'Abruzzo).

"L'atto del governo n. 121" è stato predisposto ai primi di settembre da un presidente Berlusconi reduce dall'incidente diplomatico del 28 agosto con la Segreteria di Stato Vaticano. Sullo sfondo, la (mancata) Perdonanza dopo il caso Giornale-Boffo. Il documento, poi trasmesso alla Camera il 23 settembre, conferma intanto che i soldi vanno allo Stato ma entrano di diritto nella piena discrezionalità del capo del governo, per quanto attiene al loro utilizzo. È un atto "sottoposto a parere parlamentare" delle sole commissioni Bilancio. Quella della Camera lo ha già espresso, "positivo", il 27 ottobre, quella del Senato lo farà nei prossimi giorni. Eppure, anche la maggioranza di centrodestra della commissione Bilancio di Montecitorio ha lamentato le finalità distorte e ha condizionato il parere finale a una serie di modifiche, contestando carenze e incongruenze del decreto.

Tra le più sorprendenti, quella che riguarda la "Fame nel mondo", "alla quale nel decreto vengono attribuite risorse finanziarie alquanto modeste, a fronte di richieste di finanziamento di importo limitato che avrebbero potuto essere integralmente accolte". Insomma: governo ingeneroso verso i bisognosi. In effetti, ultima pagina, al capitolo "Fame nel mondo", sono solo dieci le onlus e associazioni finanziate per 814 mila euro, pari al 2 per cento del totale.
Tutto il resto? A chi sono andate le quote parte dell'Irpef che gli italiani hanno devoluto allo Stato? La parte del leone quest'anno la fanno gli "interventi per il sisma in Abruzzo". Sono 32 e assorbono 14 milioni 692 mila euro. Ma il condizionale è d'obbligo. A parte la preponderanza anche qui di parrocchie e monasteri (la quasi totalità) tra l'Aquila, Pescara e Teramo, tuttavia altro non quadra. E a rivelarlo è proprio la commissione parlamentare presieduta dal leghista Giancarlo Giorgetti: "Le richieste di finanziamento relative all'Abruzzo risultano presentate in data antecedente al sisma dell'aprile 2009 ed appare quindi opportuna una puntuale verifica e un coordinamento con gli interventi previsti dopo il sisma".

L'ammonimento è chiaro: quei beni finanziati in Abruzzo non sarebbero stati danneggiati dal terremoto del 6 aprile, non quanto altri almeno. Perché dunque si dirotta lì un quinto dell'intera quota dell'8x1000? Il sisma del dicembre 2008 in Emilia garantisce a 9 tra parrocchie e monasteri del Parmense altri 4 milioni, mentre 11 milioni sono parcellizzati per i danni delle restanti calamità in tutta Italia.

Ma ecco il punto. Oltre 10 milioni finiscono ad appannaggio dei Beni culturali. Ventisei tra consolidamenti e restauri, quasi tutti per diocesi, chiese, parrocchie, monasteri. Solo per restare alle cifre più consistenti, ecco il milione 314 mila euro per la cattedrale dell'Assunta di Gravina di Puglia, il milione 167 mila euro per il restauro degli affreschi della chiesa dei Santi Severino e Sossio di Napoli, oppure i 987 mila euro per il restauro di Santa Maria ad Nives di Casaluce (Caserta), i 579 mila euro per San Lorenzo Martire in Molini di Triora o i 413 mila euro per la "valorizzazione della chiesa San Giovanni in Avezzano". E poi, la Pontificia Università Gregoriana e la Compagnia di Gesù. Anche su questo capitolo le bacchettate del Parlamento: la priorità dovevano essere "progetti presentati da enti territoriali", non ecclesiastici. Ci sarebbe anche il capitolo "Assistenza ai rifugiati", al quale però, per il 2009, il decreto firmato dal premier Berlusconi destina 2,6 milioni, poco più del 5 per cento del totale. E quasi tutto (2,3 milioni) va al solo Consiglio italiano per i rifugiati. Concentrazione "non opportuna", censura infine la commissione Bilancio: "Altri progetti non finanziati risultavano meritevoli di attenzione".

di CARMELO LOPAPA da La Repubblica


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sabato 14 novembre 2009

Noi, i Don Chisciotte. (Ed il Fatto Quotidiano continua a parlare del No Berlusconi Day)

Giustizia: il gruppo di Facebook che ha organizzato il No Cav Day per chiedere le dimissioni del premier.

Basta guardare la loro pagina Facebook “No Berlusconi Day”. Ieri alle 13:20 erano 247.563 iscritti. Dopo due ore se n’erano aggiunti altri 2.000; alle 17:21 il giro di boa: 250.025. Un quarto di milione. È una manifestazione che sfugge da ogni definizione questa nata su Facebook, migliaia di piccoli Don Chisciotte provano a sfidare Berlusconi con una richiesta molto chiara: “Devi di-metterti e difenderti, come ogni cittadino, davanti ai tribunali della Repubblica”. Appuntamento a Roma, sabato 5 dicembre , in Piazza della Repubblica, a Roma. Per capire come nasce una mobilitazione ai tempi di Internet, ci siamo fatti raccontare la genesi del NoBDay da Giuseppe Grisorio, uno degli organizzatori. La storia che ci racconta si dimostra sorprendente ad ogni passo, lontana anni luce dai riti e dalle lungaggini della politica come la conosciamo.

Lasciamo a lui la parola. “Era l’otto ottobre, il giorno dopo la bocciatura del lodo Alfano. All’ora di pranzo stavo monitorando Facebook, dove ho mille amici. Tra questi c’è anche San Precario. Non so chi sia, ma lo seguo perché per me rappresenta una maschera dietro la quale ci sono delle idee simili alle mie, un’altra chiave di lettura della società. San Precario mi dice che in tanti gli stanno scrivendo la loro soddisfazione per la bocciatura del lodo, ma anche il loro disagio, la voglia di impegnarsi contro la brutta deriva padronale che ha preso il nostro paese. Il giorno dopo mi arriva una notifica: ‘San Precario ti ha nominato amministratore della pagina -Una manifestazione nazionale per chiedere le dimissioni di Berlusconi-’, un messaggio diretto anche ad altre persone, le stesse che costituiranno il nucleo organizzativo del NoBDay. Siamo rimasti un po’ spaesati: nessuno di noi aveva mai organizzato una manifestazione.

Ma ci siamo messi subito al lavoro, coinvolgendo i nostri amici virtuali. Non potevano prevedere come la rete avrebbe risposto, ma è stato chiaro fin dal primo giorno che il nostro gruppo su Facebook era diverso: forse poteva riuscire a spostare la mobilitazione sul piano reale. La pagina, in effetti, si è diffusa come un virus: dopo qualche giorno, ha cominciato regolarmente ad avere un iscritto ogni otto secondi, per un totale di 11-12 mila ogni giorno. Ma la vera svolta è arrivata quando un iscritto ci ha chiesto: “a Catania state organizzando qualcosa?”. Non ce lo siamo fatti ripetere due volte: sono nati così i gruppi di coordinamento locale, ognuno con le stesse linee guida (bisogna creare una pagina specifica su Fb, pubblicare l’appello, comunicare con gli iscritti in modo partecipativo e informare tutti sui risultati raggiunti). Poi abbiamo lavorato alle traduzioni. Tramite le persone che si sono offerte nella nostra pagina, nel giro di una settimana abbiamo l'appello in dieci lingue.

Quindi abbiamo aperto il sito, noberlusconiday.org che ora è il collettore di tutto le informazioni sulla manifestazione. A fine ottobre si sono fatti avanti Di Pietro, Ferrero e il Pdci; anche se c’è stato bisogno di qualche chiarimento, queste adesioni hanno rappresentato un riconoscimento del lavoro svolto dalla rete. Intanto era arrivato il momento di guardarci negli occhi: con i social network, puoi abbattere le distanze, ma non puoi eliminarle. Fin dall'inizio avevamo fatto dei briefing su Skype: ci conoscevamo per voce, via chat, ma nessuna aveva mai visto gli altri in faccia. La riunione è stata sabato scorso, in un bottega del commercio equo e solidale, a Roma. Abbiamo dato dei ruoli di riferimento stabili: portavoce, addetto stampa, logistica territoriale.

Ora, sui territori, ci stiamo concentrando sulla logistica: pianificare il corteo, il palco a Piazza San Giovanni, sempre continuando a diffondere l’appello. I numeri sono dalla nostra parte: finora si sono svolti una quarantina di volantinaggi in tutta Italia, abbiamo oltre cento comitati locali e 12 comitati all'estero”. La pagina Fb in queste ore esplode di adesioni. Come mi immagino il 5 dicembre? Un'enorme piazza viola. Con tantissime persone e che sono lì per costruire qualcosa . Abbiamo scelto il viola perché è il colore della mestizia e della rinascita. È il colore che viene utilizzato di più dai bambini nei loro disegni perché esprime una voglia di visibilità e un istinto di comunicare. Se sarà un successo? Speriamo, per questo paese malandato”.

di Federico Mello da Il Fatto Quotidiano (14 novembre 2009)

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Il popolo che dice basta.


Presidente Napolitano. Presidente Fini. “Adesso basta è il titolo che abbiamo stampato ieri sulla prima pagina del Fatto Quotidiano. Adesso basta è scritto sulle migliaia di messaggi che giungono al nostro giornale. Tutti indistintamente chiedono di mettere la parola fine allo scandalo che da quindici anni sta sfibrando l’Italia: la produzione incessante di leggi personali per garantire a Silvio Berlusconi la totale immunità e impunità in spregio alla più elementare idea di giustizia.

Quello che rivolgiamo a voi che rappresentate la prima e la terza istituzione della Repubblica (sulla seconda, il presidente del Senato Schifani pensiamo di non poter contare) non è un appello ma una richiesta di ascolto che, siamo certi, non andrà delusa. Tutte quelle lettere, e-mail, fax esprimono una protesta e una speranza. Di protesta “contro l’arroganza di un Potere che sembra aver perso ogni senso della misura e anche quello del decoro ”, scrisse Indro Montanelli sulla Voce nel 1994, all’epoca del decreto Biondi. Fu il primo tentativo di colpo di spugna al quale ne sarebbero seguiti altri diciotto negli anni a seguire fino all’ultima vergogna chiamata “processo breve”. Allora la battaglia fu vinta.

La redazione della Voce fu alluvionata di fax dei lettori disgustati, il decreto fu ritirato e il grande giornalista così rese omaggio allo spirito di lotta dei concittadini: “Fino a quando questo spirito sarà in piedi, indifferente alle seduzioni, alle blandizie e alle minacce, la democrazia in Italia sarà al sic u ro ”. Malgrado abbia attraversato tante sconfitte e tante delusioni quello spirito non appare per nulla fiaccato e chiede di trovare una risposta capace di dirci che la politica non è solo interesse personale e disprezzo per gli altri. Che le istituzioni sono davvero un baluardo contro le prepotenze del più forte. Questa è la nostra speranza presidente Napolitano e presidente Fini. Per questo vi trasmetteremo i messaggi dei nostri lettori. Tenetene conto.

di Antonio Padellaro da Il Fatto Quotidiano (14 novembre 2009)



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venerdì 13 novembre 2009

"No B day", quasi 250mila adesioni in piazza la protesta nata sul web.


Dalla Rete al corteo per chiedere le dimissioni del premier Berlusconi
Il 5 dicembre a Roma la manifestazione nazionale ideata da un gruppo di blogger

ROMA - Quasi duecentocinquantamila adesioni raccolte su internet in un mese. Nasce così il "No B day", la manifestazione nazionale "per chiedere le dimissioni di Berlusconi". Ideata da un gruppo di blogger, incubata nella Rete, alimentata su Facebook, la protesta nasce come reazione agli attacchi del premier seguiti alla sentenza sul Lodo Alfano. Dal 9 ottobre 2009, Silvio Berlusconi critica il Quirinale, attacca i giudici della Corte Costituzionale, accusandoli di essere "comunisti", si definisce "l'uomo più perseguitato della storia", litiga in tv con Rosy Bindi dicendole che è "più bella che intelligente" provocando una rivolta delle donne. A un passo dallo scontro istituzionale, mentre fuori e dentro il Parlamento infuriano le polemiche, un gruppo di blogger decide di dar vita ai propri post.

Aprono un gruppo su Facebook e indicono una "manifestazione nazionale per chiedere le dimissioni di Berlusconi". Ad oggi, dopo un mese, hanno raccolto oltre 235mila adesioni. Una marea che si definisce "apartitica e pacifista" e che si è già data un appuntamento per scendere in piazza: il pomeriggio del 5 dicembre a Roma, in piazza della Repubblica. Si partirà con un corteo per arrivare fino a piazza del Popolo. Poi, in serata, un concerto in piazza San Giovanni, organizzato grazie all'aiuto dei 3mila artisti raccolti in un altro gruppo, "Artisti - No Berlusconi Day".

Su Facebook, infatti, il gruppo principale dei promotori è solo il centro di un network composto da circa 100 pagine. Ognuna di queste rappresenta un comitato cittadino per il "No B Day". Da Torino a Palermo, da Milano a Napoli. Con ramificazioni internazionali: Londra, Barcellona, Amsterdam, Dublino, Parigi, Vienna. E poi San Francisco, Montreal, Sacramento. Tutte città in cui saranno organizzate manifestazioni parallele. Una sorta di "Internazionale antiberlusconiana", raccolta intorno a una considerazione e a un appello finale: "A noi non interessa cosa accade se si dimette Berlusconi" e riteniamo che il "fair play di alcuni settori dell'opposizione, costituisca un atto di omissione di soccorso alla nostra democrazia. Berlusconi deve dimettersi e difendersi davanti ai tribunali".

In queste ore i "blogger democratici" sono alle prese con l'organizzazione dell'evento. Autobus da ogni parte d'Italia, striscioni e volantini, il corteo e il concerto. Con un occhio di riguardo per il luogo da cui tutto è partito, il web. Nel sito ufficiale del "No B Day" sono disponibili informazioni e materiali, oltre alla possibilità di contattare gli organizzatori per risolvere problemi logistici. C'è chi vuole i volantini, chi cerca un passaggio per Roma, chi si prenota per suonare in Piazza San Giovanni. Il colore viola farà da sfondo a tutte le iniziative. Perché "il viola non è solo il colore del lutto, ma anche quello dell'energia vitale, dell'autoaffermazione".

Per testare la capacità della macchina organizzativa, sono in corso in questi giorni "anteprime del "No B Day", in molte città italiane. E nelle ultime ore si sta mettendo a punto l'aspetto sicurezza, per "evitare infiltrazioni facinorose e violente". Insomma, sin dalle origini e dai preparativi quella del 5 dicembre si annuncia come la più grande iniziativa politica di protesta nata dalla base degli utenti del web.

Alla manifestazione hanno già aderito alcune forze politiche. Il leader dell'Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, ha confermato la sua presenza, così come il segretario di Rifondazione comunista, Paolo Ferrero e il Partito dei comunisti italiani. Il Pd ha invece declinato l'invito a partecipare, per questo sul web molti iscritti al partito chiedono al neo segretario di cambiare idea: "Spero che Bersani accolga il nostro invito, saremo in tanti del Partito democratico a partecipare alla manifestazione".

di CARMINE SAVIANO da La Repubblica (12 novembre 2009)

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mercoledì 11 novembre 2009

Il pentito e i nomi dei politici. Spuntano Landolfi e Bocchino (PDL).

L’imprenditore dei Casalesi: Cosentino è il mio padrone


NAPOLI -«Sappi che il mio padrone è Nicola Cosentino, e più di quello nes suno ti poteva raccomandare... fai conto che sei già dentro». Così diceva l’im­prenditore in odore di camorra al giova ne che aspettava l’assunzione nel con sorzio Eco4, nato per gestire lo smalti mento dei rifiuti nell’area casertana. E lui, Nicola Cosentino, confermava: «L’Eco4 è una mia creatura, l’Eco4 song’io ! ». È la storia di questo consorzio già al centro di altre indagini antimafia che porta il sottosegretario all’Economia, nonché coordinatore del Pdl in Campa nia, all’accusa di concorso esterno in as sociazione camorristica, con la richiesta di custodia cautelare in carcere avanzata dalla procura di Napoli al giudice per le indagini preliminari. I capi di imputazio ne contro Cosentino sono pesanti. «Con tribuiva, sin dagli anni Novanta, a raffor zare vertici e attività dei gruppi camorri sti Bidognetti e Schiavone, dai quali rice veva puntuale sostegno elettorale». Inol­tre, negli anni avrebbe «garantito il per manere dei rapporti tra imprenditoria mafiosa e amministrazioni pubbliche». E la richiesta di arresto viene giustifica ta anche con «la persistenza del debito di gratitudine» che il sottosegretario avrebbe verso i clan di Casal di Principe.

Il tessuto criminale
L’inchiesta si basa sulle dichiarazioni di sei collaboratori di giustizia. Il ruolo centrale è quello di Gaetano Vassallo, un imprenditore legato, per sua stessa ammissione, alla cosca di Francesco Bi­dognetti. Il nome dell’esponente politi co del Pdl Vassallo lo fa ai magistrati per la prima volta l’1 aprile del 2008, raccon tando di un incontro tra il sottosegreta rio e Sergio Orsi, l’imprenditore che defi niva Cosentino «mio padrone», e che con il fratello Michele (ucciso a Casal di Principe nel giugno del 2008) gestiva l’Eco4. «Posso dire che la società Eco4 era controllata dall’onorevole Cosentino e anche l’onorevole Landolfi (Mario Lan dolfi, parlamentare e vicecoordinatore del Pdl in Campania; ndr ) aveva svariati interessi in quella società. Presenziai personalmente alla consegna di cin­quantamila euro in contanti da parte di Orsi Sergio all’onorevole Cosentino, in contro avvenuto a casa di quest’ultimo a Casal di Principe». In un’altra deposizione, Vassallo rife risce quanto gli avrebbe raccontato uno degli esponenti della famiglia Bidognet ti nel corso di un summit: «Ricordo che si fecero i nomi anche di alcuni politici nazionali. In particolare, Bidognetti Raf faele (...) riferì che gli onorevoli Italo Bocchino (vicecapogruppo del Pdl alla Camera; ndr ), Nicola Cosentino, Genna ro Coronella (senatore Pdl; ndr ) e Lan dolfi facevano parte del 'nostro tessuto camorristico'».

La camorra
L’Eco4 era un’azienda che il gip defini sce «pura espressione della criminalità organizzata». Va ricordato che si tratta di società a capitale misto, quindi anche pubblico, governata di fatto da perso­naggi detti «Zio» (soprannome di Fran cesco Bidognetti), «Panzone» e «Gigino o’ drink» e dove aveva un ruolo anche un personaggio come Emilio Di Cateri no (poi pentito), uno degli autori del massacro di Castelvolturno, in cui il gruppo stragista dei Casalesi uccise set te immigrati. Nel 2002, Eco4 entra nel progetto per la realizzazione del termo valorizzatore nella provincia di Caserta. La sede viene scelta a Santa Maria La Fossa, attraverso una procedura che pas sa dal Commissariato straordinario per i rifiuti, all’epoca gestito da Antonio Bas solino, il quale, chiamato a testimonia re, «non sapeva fornire ragioni» sull’or dinanza firmata dal suo vice Giulio Fac chi, nome che appare più volte nelle in­tercettazioni telefoniche dei «dirigenti» di Eco4. A quel tempo, Santa Maria La Fossa non è però sotto il controllo dei Bidognetti ma degli Schiavone, il più po tente clan dei casalesi. Quindi Vassallo, che nella società è il referente dei Bido gnetti, viene messo da parte: «L’onore vole Cosentino mi spiegò quali erano le ragioni della mia esclusione dal consor zio. Mi spiegò che ormai gli interessi economici del clan dei casalesi si erano focalizzati, per quanto riguarda il tipo di attività in questione, nell’area geografi ca controllata dagli Schiavone (...) e che pertanto il gruppo Bidognetti era stato 'fatto fuori' perché non aveva alcun po tere su Santa Maria La Fossa. Ne deriva va la mia estromissione. In poche parole l’onorevole Cosentino mi disse che si era adeguato alle scelte fatte 'a monte' dal clan dei casalesi».

I nipoti del cardinale
Dell’Eco4 e di Cosentino parla ai giu dici anche Michele Orsi, in una deposi zione del giugno 2007: «Circa il 70 per cento delle assunzioni che vennero ope rate per la Eco4 erano inutili ed erano motivate per lo più da ragioni politi co- elettorali, richieste da Valente (Giu seppe Valente, presidente del consorzio; ndr ), Cosentino e Landolfi (...) Ricordo ad esempio le assunzioni di Picone Nico la, vicesindaco di Trentola, e quella di Oliviero, consigliere di Villa Literno, en trambe richieste dall’on. Cosentino. Sempre Cosentino ci richiese l’assunzio ne di due nipoti del Cardinale Sepe, da noi regolarmente attuate».

Di Fulvio Bufi e Marco Imarisio dal Corriere Della Sera (11 Novembre 2009)

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Lo stato d'eccezione della nostra democrazia.

ORA ce la racconteranno come una grande riforma "erga omnes", che tutela l'interesse di tutti i cittadini. Un compromesso sofferto e importante, che difende lo "stato di diritto" finora vulnerato da una magistratura politicizzata e inefficiente. E invece il "lodo" Berlusconi-Fini sulla giustizia è l'ennesima e scandalosa legge su misura, che copre gli interessi di una singola persona. Un patto scellerato e indecente, che conferma lo "stato di eccezione" in cui è precipitata la nostra democrazia.

I due leader erano arrivati a questo faccia a faccia in condizioni molto diverse.

Il presidente del Consiglio, scoperto dalla bocciatura del Lodo Alfano, era agito dalla necessità di risolvere ancora una volta per via legislativa le sue passate pendenze di natura giudiziaria, e di salvarsi anche dai rischi futuri. Obiettivo irrinunciabile, per non perdere il governo. Il presidente della Camera, schiacciato dalla formidabile pressione mediatica e politica della macchina da guerra berlusconiana, aveva l'opportunità di uscire dall'angolo nel quale lo stava relegando il Pdl, e di salvare anche il suo profilo istituzionale. Obiettivo raggiungibile, per non perdere la faccia. L'accordo raggiunto, anche se umilia il dettato costituzionale e distorce l'ordinamento giuridico, soddisfa le esigenze del capo del governo e della terza carica dello Stato.

Il disegno di legge che sarà presentato nei prossimi giorni (e qui sta il salvacondotto del premier e del suo avvocato Ghedini) conterrà la riforma del processo, che diventerà "breve". Non potrà durare più di sei anni, cioè due anni per ciascun grado di giudizio. Formalmente, una giusta risposta all'insopportabile lunghezza dei processi italiani, che durano mediamente sette anni e mezzo nel civile e 10 anni nel penale. Sostanzialmente, un colpo di spugna su due processi che vedono coinvolto il Cavaliere: il processo Mediaset per frode fiscale sui diritti televisivi (che con le nuove norme decade a fine novembre) e il processo Mills per corruzione in atti giudiziari (che a "riforma" approvata decade nel marzo 2010).

Ma nello stesso disegno di legge (e qui sta la via di fuga di Fini e del suo avvocato Bongiorno) non ci saranno le norme sulla prescrizione breve, che lo stesso Berlusconi avrebbe voluto inserire nel testo e Fini gli ha chiesto di espungere per non incappare nel no di Giorgio Napolitano. Questa norma, che ridurrebbe di un terzo la prescrizione dei reati la cui pena edittale è inferiore ai 10 anni, non si può proprio infilare in una "riforma", per quanto sedicente o bugiarda possa essere. Renderebbe ancora più estesa, e dunque insostenibile, la già colossale amnistia che si realizzerà con la modifica del "processo breve".

L'opinione pubblica non la capirebbe. E il Quirinale, ammesso che possa considerare costituzionalmente legittima l'abbreviazione del processo, sicuramente non firmerebbe anche l'abbreviazione della prescrizione. Meglio soprassedere, per ora. Questo è lo schema. Questo è lo "scambio". Che riproduce del resto un metodo già collaudato nelle passate legislature: Berlusconi chiede 1000, sapendo che si potrà accontentare di 100. Gli alleati glielo concedono, facendo finta di avergli tolto 900. È così. È sempre stato così. Almeno quando in gioco ci sono le due questioni cruciali, sulle quali il Cavaliere non ha mai ceduto e mai cederà: gli affari e la giustizia.

Certo, a Berlusconi avrebbe fatto più comodo portare a casa l'intero pacchetto. Il "processo breve" porta all'estinzione del processo stesso, e quindi copre il premier sul passato. La "prescrizione breve" porterebbe alla decadenza del reato, e quindi lo coprirebbe anche su eventuali inchieste future. Ma per ora gli conviene accontentarsi. Nulla vieta, magari durante il dibattito parlamentare sul ddl, di ripresentare la norma sulla prescrizione breve con un bell'emendamento intestandolo al solito, apposito peone della maggioranza (come insegna l'esperienza delle precedenti leggi-vergogna varate o tentate del premier, dalla Cirielli alla Nitto Palma, dalla Cirami alla Pittelli). Oppure, perché no, nulla vieta di tradurre subito in legge quello che ormai possiamo chiamare il "Lodo Minzolini", cioè la reintroduzione dell'immunità parlamentare, avventurosamente ma forse non casualmente suggerita dal (o al) direttore del Tg1 in un editoriale televisivo di due sere fa.

Eccolo, il "paesaggio" di questo drammatico autunno italiano. Ancora una volta, in questo Paese si straccia il contratto sociale e costituzionale, che ci vuole tutti uguali davanti alla legge. Si sospende l'applicazione dello stato di diritto, che ci vuole tutti ugualmente sottoposti alle sue regole. In nome della "volontà di potenza" di un singolo, e di un'idea plebiscitaria e populista della sua fonte di legittimazione: sono stato scelto dagli elettori, dunque i cittadini vogliono che io governi. O in nome della "ragion politica" di un sistema: non c'è altro premier all'infuori di me, dunque io e solo io devo governare.

Questo c'è, oggi, sul piatto della bilancia della nostra democrazia. Lo "stato di eccezione", appunto. Quello descritto da Carl Schmitt. Che è simbolo dell'autoritarismo poiché sempre lo "decide il sovrano". Che si presenta "come la forma legale di ciò che non può avere forma legale". Che è "la risposta immediata del potere ai conflitti interni più estremi". Che costituisce un "punto di squilibrio fra diritto pubblico e fatto politico", poiché precipita la democrazia in una "terra di nessuno".

Se questa è la portata della sfida, occorre che il Pd si mostri all'altezza di saperla raccogliere. Di fronte a questa nuova distorsione della civiltà repubblicana non basta rifugiarsi nella routinaria ripetizione di uno slogan generale al punto da risultare quasi generico. Sì a riforme della giustizia, no a norme salva-processi, sostiene Pierluigi Bersani. Sarebbe ora che il centrosinistra cominciasse a spiegare qual è, se esiste, la "sua" riforma della giustizia. Ma nel far questo, dovrebbe anche spiegare all'opinione pubblica, con tutta la forza responsabile di cui è capace, che quella di Berlusconi non è una riforma fatta per i cittadini, ma solo un'altra emanazione della sua "auctoritas", che ormai sovrasta ed assorbe la "potestas" dello Stato e del Parlamento.

La partita vera, a questo punto, è più alta e più impegnativa. Si può continuare a tollerare uno "stato di eccezione" sistematicamente decretato da Berlusconi? E il Pd vuol giocare fino in fondo questa partita, mobilitando su di essa la sua gente e sensibilizzando su di essa tutti gli elettori? Scrive Giorgio Agamben che quando "auctoritas" e "potestas" coincidono in una sola persona, e lo stato di eccezione in cui essi si legano diventa la regola, allora "il sistema giuridico-politico diventa una macchina letale". Il Paese sarebbe ancora in tempo per fermarla, se solo se ne rendesse conto.

di MASSIMO GIANNINI da La Repubblica (11 novembre 2009)

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lunedì 9 novembre 2009

La realtà sul virus dell'Influenza Suina A/H1N1.

  • l’influenza A/H1N1 è molto contagiosa ma poco pericolosa;


  • i vaccini antinfluenzali sono praticamente tutti inefficaci e comunque meno utili delle più comuni e banali misure di igiene personale;


  • i vaccini antinfluenzali e i farmaci antivirali possono essere molto pericolosi per alcuni soggetti;


  • il vaccino contro l’influenza A/H1N1 è totalmente inaffidabile, sia perché non è stato sufficientemente sperimentato, sia perché la sua efficacia è del tutto teorica, sia perché la sua innocuità è completamente ipotetica e infine perché sarà un vaccino che conterrà alte dosi di mercurio e di un adiuvante tossico che è stato aggiunto per cercare di accrescerne la bassissima efficacia;


  • l’irremovibilità con cui l’OMS porta avanti la sua politica pro-vaccinazione di massa è tanto sospetta quanto antiscientifica e molti ricercatori si chiedono cosa si nasconde dietro questa vaccinazione.
    Già da alcuni anni i mass media trasmettono notizie allarmanti su possibili infezioni pandemiche che dovrebbero provocare milioni di morti.


In realtà, se si va alle fonti delle varie notizie, se si analizzano obiettivamente i dati scientifici disponibili confrontandoli con quelli della comune influenza stagionale e se si interrogano gli esperti di virologia e di epidemiologia, emergono subito molte evidenti contraddizioni.

Ogni persona ha non solo il diritto, ma anche il dovere, di informarsi adeguatamente su questo argomento, sia per dare il proprio vero “consenso o dissenso informato” alla vaccinazione, ma anche per consigliare i propri familiari che non potranno né informarsi né proteggersi: i bambini e gli anziani.

Questa pubblicazione nasce da un attento e approfondito studio di tutta la letteratura scientifica sull’argomento e, in particolare, è il frutto della consultazione dei ricercatori che sono notoriamente indipendenti dalle spinte commerciali che muovono i grandi interessi sanitari.

Noi siamo i primi responsabili della salute nostra e dei nostri figli e se demandiamo ad altri il compito di salvaguardarla, rischiamo di perderla, talvolta anche in modo irreversibile.

L'Autore:
Il Dott. Roberto Gava è un medico specializzato in Farmacologia Clinica, Tossicologia e Cardiologia che, dopo aver lavorato come ricercatore in ambito universitario ed essere stato autore di due libri di Farmacologia e di più di un centinaio di pubblicazioni scientifiche, da molti anni studia gli effetti immunitari e clinici dei vaccini. Ha scritto vari libri sia divulgativi che scientifici sulle vaccinazioni e in particolare: “Le Vaccinazioni Pediatriche”, “La Sindrome Influenzale in bambini e adulti”, “Vaccinare contro il Papillomavirus?”.

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La Croce nelle mani di Gasparri e Calderoli.


Vorrei dire il mio sentimento riguardo alla sentenza della Corte europea sul crocefisso nelle scuole. La sentenza è ineccepibile: una volta investita del caso, la Corte non poteva che decidere così; infatti in discussione non c’era l’utilità, l’opportunità, il significato, religioso o civile, del crocefisso, la percezione positiva o negativa che dei minori, per lo più ignari del cristianesimo, possono avere di un uomo “appeso nudo alla croce” e, così umiliato e ucciso, esposto alla vista di tutti. Non su questo verteva il giudizio e non su questo dovrebbe svilupparsi il dibattito sulla sentenza, in odio alle ragioni degli uni o degli altri, come ho visto fare anche in giornali amici. Il giudizio verteva sull’obbligo, imposto dallo Stato, di mettere il crocefisso nelle aule scolastiche; come dice la Corte di Strasburgo “sull’esposizione obbligatoria di un simbolo di una data confessione religiosa” nel contesto di una funzione pubblica gestita dal governo. È evidente che a quest’obbligo, derivante da decreti reali e da circolari fasciste che imponevano insieme al crocefisso il ritratto del re, si oppongono tutti i principi del moderno Stato di diritto, le norme della Costituzione, la Convenzione europea e forse anche la Dichiarazione conciliare “Dignitatis humane” sulla libertà religiosa.
Nondimeno vorrei dire il mio sentimento di dolore per ciò che è accaduto e ancor più per ciò che può accadere.
Anzitutto mi dispiace che ad attivare il procedimento nelle sue diverse fasi, con innegabile tenacia, sia stata una madre di due bambini che è anche socia dell’Unione Atei e Agnostici Razionalisti (UAAR), il che fa pensare che oltre alla difesa dei due figli da indesiderate interferenze religiose, tra i motivi del ricorso ci fosse un più generale interesse ideologico.
Mi dispiace anche che la giurisdizione amministrativa italiana e il governo siano stati così miopi, sia nella sostanza che nelle motivazioni, nel respingere le ragioni della ricorrente (mentre per darle ragione sarebbe bastata la Costituzione), da provocare l’appello alla Corte di Strasburgo e da chiamare perciò in causa addirittura la Convenzione dei diritti dell’uomo; testo normativo certo pertinente, ma alquanto sproporzionato se si pensa a quali e quanti diritti umani sono impunemente e atrocemente violati in tutto il mondo, e alla compressione vicino allo zero che per contro la presenza del crocefisso nelle aule scolastiche infligge ai diritti umani dei fanciulli che sono costretti a vederlo.
Inoltre mi dispiace che l’Italia, in una sede significativa come la Corte di Strasburgo, abbia mostrato il grado infimo a cui la considerazione del diritto è arrivata nel governo del nostro Paese, mettendo tra le motivazione della sua memoria difensiva “la necessità di trovare un compromesso con i partiti di ispirazione cristiana”, che nella migliore delle ipotesi è una ragione inerente alla politica politicante, cioè al potere, e non al diritto.
Ma soprattutto mi dispiace che, riconoscendosi da parte di tutti che non c’è più una religione di Stato, e che non si può imporre a tutti la rappresentazione simbolica di una sola confessione, ci sia una gara per dire che il crocefisso andrebbe mantenuto perché avrebbe cessato di essere un simbolo religioso, e sarebbe invece “un simbolo dello Stato italiano”, “un simbolo della storia e della cultura italiane”, un segno “dell’identità italiana”, “una bandiera della Chiesa cattolica, l’unica – ha osservato il tribunale amministrativo di Venezia – a essere nominata nella Costituzione italiana”; anzi, secondo il Consiglio di Stato, la croce sarebbe diventata un valore laico della Costituzione e rappresenterebbe i valori della vita civile. Come dice giustamente un terzo intervenuto nel giudizio di Strasburgo (un’organizzazione per l’attuazione dei principi di Helsinki), questa posizione “è offensiva per la Chiesa”.
Questa posizione è infatti atea, ma è devota, e tende a lucrare i benefici della religione come religione civile. E io dico la verità: se il Crocefisso diventasse la bandiera di un’identità, di un nazionalismo, di un razzismo, di una lotta religiosa, e se la sua difesa dovesse essere messa nelle mani di Gasparri, di Calderoli o di Pera, della Lega o di Villa Certosa, e cessasse di essere la memoria di un Dio che si è fatto uomo, per rendere gli uomini divini, e che “avendo amato i suoi fino alla fine” ha accettato dai suoi carnefici la sorte delle vittime, e continua a salire su tutti i patiboli innalzati dal potere, dal danaro e dalla guerra, allora io non vorrei più vedere un crocefisso in vita mia.
E mi dispiace infine che questa controversia abbia preso il via da una regolamentazione giudiziaria, norma contro norma, obbligazione contro abolizione. Il diritto non può che operare così, e quello che era obbligatorio prima può rendere illegittimo oggi. Ma io penso che non c’è solo il diritto scritto; ci sono le consuetudini, c’è una cultura comune, che pian piano muta, che ieri era “cristiana”, oggi è agnostica, domani sarà laica; si possono far crescere i processi, senza imposizioni e senza strozzature, accompagnando col variare delle proposte educative, dei mondi vitali, delle culture diffuse, delle etnie compresenti, il variare delle forme e dei simboli mediante i quali una società rappresenta se stessa. E non è detto che tutto il cambiamento debba avvenire tutto in una volta e in tutto il Paese, come quando a un solo segnale vennero rovesciati i ritratti del re e i simboli del fascismo.
Non credo che quello che oggi manca in Italia sia il riaccendersi di un conflitto religioso, di una guerra ideologica. Certo al governo piacerebbe, perché sarebbe ancora un altro modo per dirottare l’attenzione, per restare esente dal giudizio sul disastro prodotto dalle sue politiche reali.
Se dovessi dire come procedere, direi che lo Stato smetta di imporre alle scuole il crocefisso, e non impugni Strasburgo; che la Chiesa non ne rivendichi l’obbligo, tanto meno come simbolo d’identità e di radici, piuttosto che come simbolo di salvezza, e per ottenerlo non corra nelle braccia del governo; e che con buon senso, secondo le tradizioni e le esigenze dei luoghi, si trovi un consenso tra genitori, alunni e maestri, sul lasciare o togliere la croce. L’ultima cosa che vorrebbe quel Dio schiavo che vi si trova appeso, è di portare l’inquietudine, l’inimicizia e lo scontro nei luoghi dove una generazione sta scegliendo, e forse solo subendo, il suo futuro.


di Raniero La Valle, Da "Italia Oggi" (05-11-2009)

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sabato 31 ottobre 2009

Mafia, la verità del pentito Spatuzza "Il boss mi disse: il Paese è in mano nostra".

Il pentito ha indicato il senatore del Pdl come referente politico di Cosa Nostra dopo le stragi del '92


Il mafioso ai giudici di Palermo parla dell'ultimo atto della "trattativa" tra cosche e Stato
Nel verbale il racconto dell'incontro nel '94 con Graviano che gli parlò di Berlusconi e Dell'Utri.


PALERMO - C'è un mafioso che parla dell'ultimo atto della "trattativa". E di un altro attentato, di altri cadaveri, di altre protezioni politiche, dell'altro accordo che i boss cercavano con "con il nuovo partito". Così la racconta un pentito, quello che ha fatto riaprire tutte le indagini sulle stragi.
La testimonianza di Gaspare Spatuzza, uomo d'onore della "famiglia" di Brancaccio: "Giuseppe Graviano mi disse che la persona grazie alla quale avevamo ottenuto tutto era Berlusconi e c'era di mezzo un nostro compaesano, Dell'Utri... mi disse anche che ci eravamo messi il Paese nelle mani".
Era lui, Spatuzza, che avrebbe dovuto uccidere cento carabinieri allo stadio Olimpico di Roma all'inizio del 1994. Dopo Falcone e Borsellino nell'estate del 1992, dopo le bombe di Firenze e Milano e Roma nel 1993, i mafiosi avevano bisogno di "fare morti fuori dalla Sicilia per avere poi benefici per i carcerati e anche altri". L'ultimo massacro prima del patto finale.
Un verbale di 75 pagine riapre uno scenario che sembrava sepolto per sempre e fa scivolare ancora una volta - era già accaduto dopo il 1994 alle procure di Caltanissetta e di Firenze, procedimenti archiviati negli anni successivi - i nomi di Silvio Berlusconi e di Marcello Dell'Utri "nell'ambito delle stragi". Era la deposizione che mancava ai procuratori di Palermo nella loro investigazione sulla "trattativa" per legare ogni passaggio fra la prima e la seconda repubblica, fra Capaci e la nascita di Forza Italia, fra i primi contatti avuti dagli ufficiali dei Ros dei carabinieri con Vito Ciancimino nel giugno del 1992 alla mediazione "del compaesano Dell'Utri" del gennaio 1994. Una trama - secondo i magistrati - che troverebbe appunto "conferme" nelle rivelazioni di Gaspare Spatuzza, mafioso testimone delle manovre e dei giochi cominciati con l'uccisione di Giovanni Falcone. Dice Spatuzza nel suo verbale del 6 ottobre scorso al procuratore aggiunto Antonio Ingroia e ai sostituti Nino Di Matteo e Lia Sava: "Incontrai Giuseppe Graviano all'interno del bar Doney in via Veneto, a Roma. Graviano era molto felice, come se avesse vinto al Superenalotto, una Lotteria. E mi spiega che si era chiuso tutto e ottenuto quello che cercavamo. Quindi mi spiega che grazie a queste persone di fiducia che avevano portato a buon fine questa situazione... e che non erano come 'quei quattro crasti dei socialisti'.. ".
Il mafioso, che data questo suo incontro con Graviano a metà del gennaio 1994, ricorda dei socialisti - "crasti", cioè cornuti - che avevano promesso la "giustizia giusta" nell'87 e che erano stati votati da Cosa Nostra. Poi parla ancora del patto riferito da Giuseppe Graviano: "... Tutto questo grazie a Berlusconi, la persona che aveva portato avanti questa cosa diciamo, mi fa (Graviano, ndr) il nome di Berlusconi, io all'epoca non conoscevo Berlusconi, quindi gli dissi se era quello del Canale 5 e mi disse che era quello del Canale 5.. ".
Il racconto del mafioso fa un passo indietro. E riporta tutti i dubbi degli uomini d'onore su quello che era accaduto nell'estate del 1992 in Sicilia e, soprattutto, i dubbi sulla strategia stragista che i Corleonesi non volevano fermare: "Noi ci stavamo portando avanti un po' di morti che non c'entravano niente con la nostra storia... per me Capaci... è stata una tragedia che entra nell'ottica di Cosa Nostra, però quando già andiamo su, su Costanzo (il fallito attentato al giornalista, ndr), su Firenze... su.. ci sono morti che a noi non ci appartengono, perché noi abbiamo commesso delitti atroci, però terrorismo, sti cosi di terrorismo non ne abbiamo mai fatti". E' a quel punto che Gaspare Spatuzza manifesta altre perplessità a Graviano sulla strage che proprio lui - il mafioso di Brancaccio - sta preparando allo stadio Olimpico. Gli risponde il suo capo: "Con altri morti, chi si deve muovere si dà una mossa... significa che c'è una cosa in piedi, che c'è qualcosa che si sta trattando". Gaspare Spatuzza è insieme a Cosimo Lo Nigro, un altro boss. E Graviano chiede a tutti e due "se capiscono qualcosa di politica". E poi dice "che lui è abbastanza bravo, quindi è lui che sta trattando".
Nelle ultime pagine del verbale Gaspare Spatuzza ricostruisce il suo pentimento, il primo colloquio con il procuratore antimafia Pietro Grasso: "Sulla questione di via D'Amelio... siccome si erano chiusi tutti i processi, quindi sapevo a cosa andavo incontro, però mi dicevo: ho prove schiaccianti, perché se c'erano solo le mie parole sarei stato un pazzo a muovermi in questa storia, siccome avevo delle cose, riscontri oggettivi, quindi andavo sicuro. ". E' nell'aprile del 2008 che ha iniziato a parlare: "Il soggetto che io dovevo indicare aveva vinto le elezioni perché noi parliamo, aprile... Io arrivo fine, 17 aprile e quindi il soggetto che io dovevo accusare me lo trovo come capo del Governo... Al di là di questo, il ministro della Giustizia, quel ragazzino così possiamo dire... la figura di Dell'Utri... ". Il verbale di Gaspare Spatuzza nelle pagine seguenti alla numero 61 è fitto di omissis.

di ATTILIO BOLZONI da La Repubblica

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giovedì 29 ottobre 2009

Un bancario ticinese: "Se parlassimo, il governo italiano cadrebbe in 24 ore".

"Non c'è politico o esponente dell'economia italiana che non abbia un conto in Svizzera". Il ruolo della piazza finanziaria nella creazione dell'impero economico di Silvio Berlusconi. Il silenzio di Berlusconi sullo scudo fiscale e la guerra tra Tremonti e il Premier.







LUGANO - Per gli italiani il Canton Ticino è una classica piazza Off-Shore. Tra i 15.000 impiegati nella piazza finanziaria c'è un certo timore: Giulio Tremonti vuole prosciugare le banche luganesi.

Le autorità italiane stimano in 600 miliardi circa i fondi non dichiarati al fisco depositati in Svizzera. Rico von Wyss, docente dell'Università di San Gallo, riferisce a 20min.ch dei dati della Banca Nazionale Svizzera. Dei 4012 miliardi di franchi amministrati in Svizzera, sono 300 quelli in Ticino. E di questi 300 miliardi 200 sarebbero appartenenti a clienti italiani.

Il Ticino, con Lugano, è considerata la terza piazza finanziaria elvetica. Nel settore bancario a fare la parte del leone è Zurigo che, con il 43% degli occupati sul totale, si piazza decisamente al primo posto in Svizzera. Ginevra segue con il 19% e, infine, Lugano, che con il suo 5% è considerata una partner Junior. Per la clientela italiana la piazza bancaria ticinese presenta molti vantaggi. Nelle sfere di influenza, il Ticino è ormai considerato appartenente alla zona metropolitana di Milano. "La vicinanza geografica viene apprezzata dai clienti italiani - spiega il professore - e non esistono barriere linguistiche con i consulenti bancari".

Ora la crisi economica e finanziaria acuisce il fabbisogno degli Stati di drenare denaro pubblico per rilanciare i consumi e l'economia. I grandi stati Europei hanno messo a punto amnistie fiscali per riportare a casa capitali non dichiarati in paesi esteri. Oggi il Blick mostra una sorta di cartina dei fondi neri. Sarebbero 193,4 i miliardi di franchi non dichiarati al fisco tedesco confluiti in Svizzera, mentre sono 185,2 quelli italiani. Una montagna di denaro.

Dopo il blitz di Guardia di Finanza e Agenzia delle Entrate dell'altro ieri, con la perquisizione di 76 succursali di banche svizzere in Italia, il governo svizzero esprime la propria preoccupazione e convoca l'ambasciatore d'Italia a Berna.

La tensione aumenta, così come il sentimento di ostilità nei confronti delle politiche economiche italiane, considerate oltraggiose da una buona parte dei partiti svizzeri. Al Blick un ex direttore con anni di esperienza alle spalle presso una delle più grandi banche in Ticino ha dichiarato che se lui parlasse, il governo italiano cadrebbe in un giorno". "Non c'è nessun esponente del Governo, nessuno del mondo dell'economia italiana che non abbia un conto in Svizzera" ha raccontato l'ex direttore al Blick.

Il giornale svizzero tedesco parla del pericolo che il Premier Berlusconi correrebbe se si esponesse troppo sul tema dello scudo, aggiungendo che dopo le critiche durante il G20 di Londra, Berlusconi non si è più esposto sulla questione. Il Blick ricorda la misteriosa ascesa di Berlusconi e il ruolo decisivo della piazza finanziaria ticinese. "Grazie al silenzio degli avvocati e delle banche ticinesi - si legge sul Blick - non è ancora chiaro da dove sono arrivati i milioni che gli hanno permesso il sorgere del suo impero costruito attorno alla Fininvest".

Infine, sul giornale ci si chiede se questa politica intrisa di attacchi contro la Svizzera non potrebbe rivelarsi suicida contro il Governo di Berlusconi. "Negli occhi dei banchieri è in corso una guerra tra Berlusconi e il ministro delle Finanze Giulio Tremonti. Quest'ultimo, a quanto sembra, vorrebbe candidarsi quale successore di Berlusconi".

Da: TIO, Il Portale della Svizzera Italiana (29 Ottobre 2009)

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mercoledì 28 ottobre 2009

INNERES AUGE, l'ultimo singolo di FRANCO BATTIATO, fotogramma di un'Italia che va a puttane.

L'ho sempre pensato, questa è solamente l'ennesima riprova. Franco Battiato è il non plus ultra della musica italiana e questo vale sia per i testi che per la musica che li accompagna. Questo nuovo singolo, Inneres Auge (che tradotto potrebbe essere "lo sguardo interiore"), è un ritorno alle origini musicali, un ritorno all'elettronica degli inizi della sua carriera, mentre il testo, bhè... quello si commenta da solo, ritratto, purtroppo estremamente realistico della nostra Italia, che piano piano, sta andando sempre più a puttane.
La canzone è ascoltabile in esclusiva fino al 30 ottobre su XL di Repubblica ed in qualità audio migliore, in caso non si dovesse aprire il lettore, potete ascoltarla QUI.






INNERES AUGE

Come un branco di lupi che scende dagli altipiani ululando
o uno sciame di api accanite divoratrici di petali odoranti
precipitano roteando come massi da altissimi monti in rovina.
Uno dice che male c'è a organizzare feste private
con delle belle ragazze per allietare Primari e Servitori dello Stato?

Non ci siamo capiti
e perché mai dovremmo pagare anche gli extra a dei rincoglioniti?
Che cosa possono le Leggi dove regna soltanto il denaro?
La Giustizia non è altro che una pubblica merce...
di cosa vivrebbero ciarlatani e truffatori
se non avessero moneta sonante da gettare come ami fra la gente.

La linea orizzontale ci spinge verso la materia,
quella verticale verso lo spirito.
Con le palpebre chiuse s'intravede un chiarore
che con il tempo e ci vuole pazienza,
si apre allo sguardo interiore: Inneres Auge, Das Innere Auge

La linea orizzontale ci spinge verso la materia,
quella verticale verso lo spirito.
Ma quando ritorno in me, sulla mia via,
a leggere e studiare, ascoltando i grandi del passato...
mi basta una sonata di Corelli, perchè mi meravigli del Creato!



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domenica 25 ottobre 2009

Sorge spontanea la domanda, Marrazzo si sospende. Perché Berlusconi no?


Escort, Trans... il concetto non cambia.

Donnine allegre o trans, è solo questione di gusti: ma non nell’immaginario collettivo, purtroppo.
Dalla gente comune, nei bar, senti dire “bleah, che schifo”.
Quando il presidente del Consiglio è stato cuccato con le escort, invece, tutti a pensare “però, beato lui”.
Ieri ho azzardato questa domanda: “Se Marrazzo si è – giustamente – dimesso – anzi sospeso, per il momento – perché Berlusconi è ancora lì? In fondo, dal punto di vista politico, hanno commesso lo stesso errore: rendersi ricattabili (perché tutto il resto è un affare privato)”.
Mi hanno guardato tutti con tanto d’occhi: “Ma dai… quello stava con un TRANS!”. Corsivo e grassetto, lo dicono proprio così.
E alura?
Ognuno va un po’ con chi gli pare, fino a prova contraria. Possiamo farci mille domande sul perché ci sia addirittura un “continuo via vai” di gente in doppiopetto sotto i portoni dei trans, ma alla fin fine son scelte squisitamente private: l’unico fatto importante a me sembra il fatto che nessuno dei due andasse con la propria moglie.
Invece no.
Andare con un uomo vestito da donna sembra immensamente più grave che andare con una donna vestita da donna. Risultato: Marrazzo è un porco, Berlusconi uno “che ce la sa”.
Nessuno parla neppure della coca, altra possibile aggravante politica (uno che si fa potrebbe non essere del tutto lucido nell’esercizio delle sue funzioni ): ma di fronte a quella alzano le spalle, figuriamoci, per un tiro di coca… lo fanno tutti. Specialmente “quelli della Tv”, come lo stesso Marrazzo.
Insomma, questa italietta apparentemente bacchettona non si scandalizza più per niente.
I festini con harem incorporato sono “cool”, la droga è cosa normalissima. Ci si indigna solo quando entra in ballo l’omosessualità.
A questo punto lo dico io, “bleah, che schifo”. Che schifo di Italia, che schifo di mentalità, che schifo di omofobia.
Anche “che schifo di uomini” e “che schifo di politici”, eh. Che ultimamente vien voglia di fare come per i preti: vuoi entrare in politica? Voto di castità. O meglio ancora, castrazione chimica: che i voti si infrangono fin troppo spesso.
Però, se è vero che i nostri politici maschi dimostrano sempre più di ragionare con l’uccello, è anche vero che per me non cambia assolutamente nulla l’uso che poi ne fanno.
Per me Marrazzo e Berlusconi hanno commesso lo stesso identico errore, con una sola differenza: uno l’ha ammesso e si è autosospeso (presumibile preludio alle dimissioni), mentre l’altro non si sposta di un centimetro dalla poltrona e delle sue porcate ne va pure fiero.
Ora riparte la solita solfa del “sono tutti uguali”: ma NON sono tutti uguali, e la differenza NON sta in quel che si trova sotto la gonnellina della minorenne piuttosto che sotto quella del trans.
Una, palese, differenza sta appunto nelle dimissioni: l’altra differenza importante sta nel fatto che Marrazzo, se non altro, ha avuto il buon gusto di sentirsi colpevole.
Ha ceduto a un ricatto perché si vergognava di quello che stava facendo: “Non mi rovinate”, ha detto ai carabinieri, mentre staccava assegni. Se non si fosse vergognato, se fosse stato più lucido in quel momento, se non ci avesse tenuto tanto a non far sapere la cosa alla propria famiglia, avrebbe potuto ridere in faccia ai due estorsori e dire loro: “Cos’è che volete? Soldi? E perché mai? Io sto con chi mi pare, mi scopo chi mi pare e voi siete due luridi ricattatori: nome e cognome, please, che sono io a denunciare voi”.
Invece è andato nel panico: e presumo che ci sarebbe andato anche se sotto la gonnellina del suo partner ci fosse stato ciò che è normale trovare sotto una gonna. Perché, forse, la cosa che gli premeva davvero era la sua famiglia: esattamente come a qualsiasi padre di famiglia cuccato a pucciare il biscotto in tazze estranee.
Quell’altro, invece, della famiglia se ne infischia allegramente (salvo tirare in ballo i valori morali e blablabla quando deve tenersi buono il Vaticano): tanto che, di fronte alle accuse di porcellonismo, allarga le braccia e dice “eh, non sono un santo, pazienza”.
Ma pazienza un corno.
Il problema non è che tu ti trombi ragazzine e quell’altro ragazzini: il problema è che, a livello familiare e privato, siete tutti e due dei traditori. E a livello pubblico e istituzionale siete tutti e due ricattabili.
Quindi, per un motivo o per l’altro, dovreste gentilmente levarvi dalle pubbliche scatole e giostrarvi in privato, a casa vostra, i vostri fatti privati.
Marrazzo l’ha fatto e per questo lo rispetto molto più di quanto non rispetti quell’altro: trans o mica trans, PdL o Pd. L’abisso di differenza a livello morale va tutta a vantaggio di chi si assume le sue responsabilità, non di chi ha scelto il partner più invidiabile.

Ultima considerazione: NON sono tutti uguali neppure nell’essere traditori e/o ricattabili. Il fatto che a destra, centro e sinistra si scoprano politici arraffoni, porcelloni e inciucioni non deve sdoganare l’immoralità.
Ce ne sono tanti, e di ogni colore? Bene, tutti a casa. Tutti quanti, e di ogni colore.
Che qualche essere umano sano di mente e di principi, in questo Paese, c’è ancora: basta cercarlo ed eleggerlo.

Di Valeria Rossi Da: Il Ponente

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La guerra di Piero (Marrazzo)

Siccome non abbiamo appartenenze di partito, ma siamo fatti anche noi di carne e sangue, in redazione ne abbiamo discusso a lungo, fin da quando è scoppiato il caso. Piero Marrazzo era indubitabilmente vittima di un ricatto, ma doveva dimettersi o no? Alcuni di noi (tra cui chi scrive) erano più draconiani: sì, lo deve fare subito. Altri lo erano di meno, soprattutto perché molto preoccupati (giustamente) di una politica combattuta a colpi di dossier, dalla possibilità di scalzare leader eletti a colpi di video e di veleni. Ma ieri (quando dal cilindro degli azzeccagarbugli è saltata fuori la soluzione delle dimissioni che non dimettono, o meglio dell'”autospensione” che serve unicamente a congelare una giunta) i dirigenti del Pd sono riusciti a metterci tutti d'accordo. Una “manfrina”, la definisce Marco Travaglio nel suo editoriale. Come dagli torto? O uno si dimette e se ne va davvero (se ha il fegato per farlo), oppure non si dimette (se ha il fegato per farlo).

La scusa con cui si supera questo banale sillogismo, quella che così la giunta può rimanere in vita, non mi convince: se non altro perché la legge parla chiaro. Al contrario di quanto accade per le elezioni politiche, nelle regioni il presidente viene eletto direttamente. Se cade, tutta la giunta se ne deve andare a casa. Quanti cittadini del Lazio sanno chi diavolo sia Esterino Montino? (Si accettano scommesse). Quanto a Marrazzo, Antonio Padellaro lo aveva scritto in modo molto chiaro nel suo editoriale di ieri: “Resta sacrosanta la tutela della vita privata di un uomo e dei suoi cari. Non però la protezione di un uomo e di una candidatura”. Malgrado tutto quello che è accaduto c'è poco da aggiungere a queste parole, perfettamente misurate.

Ma, ovviamente, il caso Marrazzo ci ha posto altri dubbi che ci piacerebbe girare a voi per sapere cosa ne pensate. Il primo: cosa c'è dietro la solitudine di questi leader, che sembrano trovare gratificazione solo in una vita parallela e in una dimensione sessuale diversa da quella che manifestano in pubblico (a tratti disperata)? In una intervista che pubblichiamo domani Rosy Bindi ci dice che esiste una questione morale anche nel Pd, e che il tempo del maggioritario e degli incarichi monocratici ha sradicato i leader dalla realtà in cui vivevano. Aggiuinge la Bindi che i paracadutati finiscono nel tritacarne della politica e troppo spesso crollano sotto il peso di una professione totalizzante. Che non ci si può improvvisare. E' sicuramente vero.

Seconda domanda, sempre su Marrazzo e sulla sua battaglia disperata: era proprio necessario perdere una intera giornata a ripetere che era tutta una bufala, dopo che si era già ammesso tutto davanti al magistrato? Dire che il filmino non esisteva dopo aver spiegato il perché e il per come? Inventarsi che gli assegni non erano firmati da lui, dopo aver ammesso di averli pagati agli inquirenti? Stupisce la vista corta di molti politici che (anche a sinistra) preferiscono vivere alla giornata, tenersi sempre e comunque imbullonati fino all'ultimo minuto utile (non ci siamo scordati il mitico Villari). Questo sforzo non impedisce che i destini si compiano, ovviamente. Ma mettono in difficoltà gli elettori che hanno creduto in loro e nel partito che li ha candidati. Quando i riflettori sull'inchiesta si saranno spenti sarà il caso di ripartire da queste, e dalle altre domande per una riflessione più seria senza cui non c'è via di uscita dalla crisi della politica.

di Luca Telese da: Il Fatto Quotidiano (24 ottobre 2009)

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venerdì 23 ottobre 2009

Il Giornale continua con le calunnie. Ora nel mirino c'è Santoro. (Ecco la strategia del "linciaggio mediatico").

Ecco cosa scrive il Giornale a proposito dell’acquisto di una villa in Costiera amalfitana, nella frazione di Lone Comune di Amalfi, da parte del noto conduttore Michele Santoro:




(articolo di giovedì 22 ottobre 2009)

Arriva il condono-lampo per la villa di Santoro


di Paolo Bracalini

Il fustigatore dei costumi compra casa da un milione di euro ad Amalfi. Problema: c’è un abuso e la regolarizzazione viene negata da 23 anni. Ma per lui la giunta di sinistra fa il miracolo. Mistero: il venditore si chiama come un consigliere del Pd. Ma l'interessato nega: è un cugino omonimo [...]

[...] Don Michele da Salerno, gran fustigatore di condoni e scudi fiscali, fa shopping immobiliare in vista della prossima estate e le pratiche burocratiche, per il vip di origini salernitane, viaggiano come Eurostar. La casa comprata il 26 giugno scorso ad Amalfi, frazione Lone, proprio in copp ’o mare, aveva un difettuccio ma è stato tutto risolto per Sant’Oro, e in tempi record, talmente record da far imbufalire parecchia gente in attesa da anni per le stesse questioni di permessi. Nell’atto di vendita firmato dal notaio Andrea Pansa se ne parla dopo qualche pagina, laddove si precisa che il fabbricato presenta un successivo ampliamento «realizzato in assenza del dovuto titolo». In parole semplici: abusivamente [...]
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Secondo Il Giornale, Santoro ha avuto, quindi, una corsia preferenziale, essendo un personaggio noto, per cui l'iter, di solito lungo e farraginoso, si è concluso in tempi, sorprendentemente, rapidi. Probabilmente Il Giornale non è al corrente che il Comune di Amalfi, da oltre un anno, fa recapitare a centinaia di cittadini in attesa di sanatoria, lettere nelle quali si richiede l’integrazione delle pratiche di condono in giacenza da anni presso gli uffici comunali. Per cui, la vicenda a cui fa riferimento Il Giornale, potrebbe non essere l'unica a essersi sbloccata in questi mesi per effetto della procedura attivata dal comune.

La notizia data dal quotidiano di Feltri, non ha altri scopi se non quello di gettare ombre sul “nemico” per renderlo meno credibile. Infatti, guarda caso, il quotidiano pubblica la notizia nello stesso giorno in cui andrà in onda la puntata di AnnoZero sul “posto fisso” rispolverato da Tremonti, che a quanto pare, non incontra il favore di altri Ministri.



Tutte calunnie insomma, come del resto oramai il Giornale ci ha abituati a leggere. Ecco infatti cosa dichiara pubblicamente il Sindaco di Amalfi sulla questione:








Nessuna corsia preferenziale per l'iter del condono della casa di Michele Santoro ad Amalfi. Lo assicura il sindaco di Amalfi, Antonio De Luca , che smentisce quanto dichiarato oggi dal quotidiano 'Il Giornale'. ''Mi sono ampiamente documentato su quella pratica di condono - dice il sindaco - anche perche' immaginavo che oggi avrei dovuto dare numerose spiegazioni''. La pratica, riassume De Luca, e' stata avviata nel 1985 e "l'accelerazione negli ultimi tempi e' frutto solo del ritrovato interesse dei proprietari, che hanno celermente fornito tutti i chiarimenti chiesti dal Comune".
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Ed il diretto interessato, Michele Santoro, non si fa attendere. Di seguito riporto la lettera di risposta inviata alla redazione de Il Giornale:






Leggo su “Il Giornale” che, in merito al mio acquisto di una casa ad Amalfi, ci si aspettava “una smentita da Santoro o dal Sindaco di Amalfi”, smentita che, così si lascia intendere, non sarebbe arrivata.
Giovedì 22 Ottobre, l’Ansa ha invece diffuso una dichiarazione del Sindaco, volutamente ignorata,che demolisce il castello di insinuazioni e calunnie di cui sarete chiamati a rispondere nelle sedi competenti.
Ve la accludo nel caso riteniate opportuno di doverla pubblicare con ritardo.
Solo per il rispetto che nutro nei confronti dei vostri lettori preciso che ho effettivamente acquistato una vecchia casa contadina da ristrutturare (e non una villa), dichiarando interamente l’importo e pretendendo dai venditori garanzie sul fatto che il bene ceduto fosse perfettamente in regola.
I venditori, esercitando i loro diritti e agendo nei tempi che la legge stabilisce, hanno perfezionato una pratica di sanatoria avviata precedente alla nostra trattativa, ottenendo ciò che qualunque altro cittadino italiano avrebbe ottenuto al loro posto.


Michele Santoro

Insomma, dopo il linciaggio mediatico di Boffo, il pedinamento del giudice Mesiano, poi deliberatamente mandato in onda su Canale5, si continuano a ripetere casi di "finto giornalismo", volti al solo discredito della persona presa di mira. Questa è l'Italia in cui stiamo vivendo. Questa è l'Italia di Berlusconi.


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